home | contact | info




   
eventi in galleria
 


 

 


DIE - DYE and DIE

Sandro Martini

Una misteriosa violenza

di Elena Pontiggia

Si racconta che nell’antico rito greco, durante la trieterica sacra, le Menadi, le sacerdotesse di Dioniso, sbranassero le fiere del bosco. Il rito alludeva alla terribilità, alla necessaria violenza della vita.
Può ritornare alla mente il mito greco, di fronte alle opere di Sandro Martini? Apparentemente, no. Eppure non c’è un’opera di Martini che non rappresenti una vicenda di disjecta membra, che non sia un’esperienza di squarci, di tagli, di ferite, di cicatrici, anche se quella vicenda e quei frammenti vengono avvolti in una luce assoluta.
Sul campo di battaglia della tela, nell’arena della pittura, le linee combattono contro le linee, i punti aggrediscono le rette, i segni graffiano le superfici, i colori si insinuano nel corpo dell’opera come cunei, come frecce. Il risultato è un tumulto, un bellum omnium contra omnes, una condizione di violenza perpetua e al tempo stesso di mischia, di confusione apparentemente ineliminabile. Siamo di fronte, insomma, a storie di azione e di lacerazione, dove però l’esito finale è un imperioso prevalere della luce, come in un gioiello barbarico.






Le apocalissi di Sandro Martini sono stranamente gioiose, e quello che in esse prevale è un sentimento di inspiegabile felicità. La violenza che testimoniano, anzi che portano su di sé, non si traduce in un cupo pessimissmo, ma al contrario in un’accelerazione vitale (che sarebbe piaciuta a Nietzsche, ma anche ai futuristi).
La vita è bella, dunque, come ha detto recentemente un altro toscano, che pure parlava di cose troppo dolorose? Forse sì, o comunque è bella l’arte che, come il cielo di Lombardia, è così bella quando è bella, e infonde nell’urto e nello stridio delle cose un’armonia definitiva, sia pure dissonante.
L’opera di Martini, del resto, raggiunge l’osservatore con un’impressione immediata di bellezza, di festosità visiva. E solo in un secondo tempo ci si accorge che, sotto la superficie della luce, racconta di catastrofi, di titanomachie, di distruzioni.
Ne racconta, intendiamoci, senza dramma. E, tantomeno, senza dar vita a un teatro dell’angoscia. Il dramma è nelle cose, non nel linguaggio: come in certe favole o in certi fumetti in cui il protagonista cade da altezze vertiginose, è affettato schiacciato spiaccicato distrutto, eppure si rialza subito, pesto e senza un graffio, moribondo e sanissimo.
C’è, nelle opere di Martini, anche un sotterraneo senso ludico, che non si oppone a quello tragico, ma lo compenetra. Percorre i suoi lavori qualcosa come un riso etrusco, qualcosa di quegli arcaici atteggiamenti sapienziali che, anche accennando alla morte, non perdevano la loro misteriosa ironia. Oppure sembra di leggere, tra i suoi spazi e i suoi colori, certi avvertimenti semischerzosi e semiaccorati di Lee Masters: ”Figli e figlie degeneri, la vita è troppo forte per voi. Ci vuole vita, per amare la vita”.
Ma non solo queste cose raccontano le sue opere. Un’altra parte del loro discorso, anzi delle loro rivelazioni, è una cronaca del disordine e dell'insensatezza, una dissertazione o un vaticinio sull'assurdo.
Ornamento, spiega l’etimologia, deriva da una contrazione della parola “ordinamento”. Ornare, anticamente, rimandava a ordinare.
In queste opere, invece, l’ornamento, o per meglio dire la bellezza, nasce nonostante e attraverso il caos dei segni. Il percorso delle linee, delle diagonali, dei triangoli, dei rombi, l’andamento dei punti, delle gocce, delle striature non rivela il minimo schema precostituito, non risponde e non corrisponde apparentemente a nessuna sintassi.
Le composizioni di Sandro Martini sono irriducibili ai tentativi di ordinamento.
Sull’estensione della tela si dispongono frammenti e linee che complottano tra loro in una continua instabilità, e chi volesse individuare un senso ultimo, ma anche una ragione immediata, al loro essere e al loro agire, non li troverebbe.
Sembra che non ci sia un progetto dietro il loro (il nostro) accumularsi, dietro il loro (il nostro) manifestarsi. O, forse, il progetto è segreto, ignoto allo stesso artista, incomprensibile ai nostri corti ragionamenti e non calcolabile con i nostri dadi truccati.
Se però l’impressione finale che dà ogni opera, ogni quadro, ogni carta, è quella di una creazione musicale, di un singolare splendore luminoso, vuol dire che qualche ordinamento misterioso si insinua nel procedere dei segni.
Forse la mano di cui parlava Conrad, “quella mano possente e invisibile che affonda nel formicaio del mondo” sta agendo anche qui.
Anche se noi non la vediamo.

----------

La galleria Folini Arte Contemporanea di Chiasso dopo le importanti esposizioni di prestigiosi maestri internazionali quali De Dominicis, Perilli, Vedova, presenta ora Sandro Martini artista di vasta notorietà sulle due sponde dell’Atlantico.
Nella mostra presso la galleria Folini arte Contemporanea, Sandro Martini, presenterà una selezione di importanti opere recenti su di notevole dimensione, alcuni delle sue rinomate tele libere e tese poste per l’occasione in bacheche di plexiglas, una sequenza di opere grafiche di particolare pregio e valore ed una installazione che animerà coinvolgendolo lo spazio della galleria.

Fin dagli appassionati anni Sessanta Martini espone nel circuito delle maggiori gallerie europee e internazionali, è però con il 1978 che il suo lavoro viene consacrato negli Stati Uniti dove inizialmente è invitato dalla University of Massachuttes per una mostra ove presenterà la sua prima installazione in America, da lì inizierà una intensissima attività con mostre installazioni il luoghi pubblici e privati. Il diffuso riconoscimento dell’attività di Sandro Martini, in Europa e soprattutto negli Stati Uniti, ove l’artista da trent’anni tiene, dividendolo con quello di Milano, studio, prima a New York, e poi a S. Francisco, e dove è attivo con innumerevoli presenze nelle più prestigiose gallerie private, con installazioni in luoghi pubblici, collaborazioni e docenze con fondazioni private, dipartimenti d’architettura, musei d’arte moderna e università, collezioni private, a cui si aggiungono le lezioni al Politecnico e l’insegnamento alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, è evidente dimostrazione del prestigio che essa riscuote e della sua consolidata collocazione nel quadro generale dell’arte contemporanea.

Cosi scrive Alberto Nessi nella lettera “In attesa della primavera” a Sandro Martini “…Ci eravamo visti in casa di amici, una casa di campagna piena di luce, e tu mi parlavi delle tue fughe, della tue navigazioni solitarie. Tu, metropolitano e cosmopolita, così parlavi a me, attaccato alla periferia tra Milano e Zurigo, ai miei paesi. E nonostante le differenze delle nostre storie personali e delle nostre poetiche, sentivo dietro le tue parole comparire, un po’ come le cuciture negli stracci dei tuoi collages, quel filo che ha tenuto insieme le esperienze culturali di chi si è formato negli anni Cinquanta e Sessanta: l’esistenzialismo, l’Action Painting, l’Ecole du regard, i dibattiti sulle riviste. Sono andato a rivedere una di quelle riviste, “il menabò 2” del 1960. Mi sembrava di prendere in mano un incunabolo: quanti secoli sono passati?...”

Scrive D’Oora: “…L’infinita costruzione e decostruzione della composizione operata dal segno è l’aspetto immediatamente riconoscibile di quest’azione interminabile di alludere alla ricerca di possibili soluzioni, di sperimentazioni, d’accumulo di nuove eventualità di percorso, di nuove illimitate traiettorie, nuovi distacchi, imminenti affinità; il mistero che essa sa portare in dono è che, nell’irrequieto sovrapporsi, intersecarsi, frantumarsi, comprende la necessità del vuoto, dell’assenza. … “

La mostra è accompagnata, da un catalogo con un saggio critico di Elena Pontiggia, una digressione critica di Domenico D’Oora, riflessioni e contributi poetici ed estetici, attestati di amicizia e stima di personalità di particolare rilievo in campo culturale, quali Maurizio Medaglia, Bruno Monguzzi, Alberto Nessi. Dell’opera di Sandro Martini hanno scritto i maggiori critici fra cui: Renato Barilli, Francesco Vincitorio, Vittorio Fagone, Paolo Fossati, Carlo Bertelli, Elena Pontiggia, Marisa Vescovo, Tommaso Trini, Miklos Varga, Marcelin Pleynet, Luigi Cavadini,Tory Hughes, Stacy Belkind, Filiberto Menna, Alberto Veca, Pat Steger, Francesco Vincitorio, Sebastiano Grasso, Vittorio Sgarbi, Filippo Abbiati, Carlo Arturo Quintavalle, Everardo Dalla Noce, Giovanni Joppolo, Germano Beringheli, Adriano Antolini, Martina Corgnati, Paolo Levi.

----------

Tra il tranvai che penetra la notte dipinto da Carrà nel 1910 e il satellite Spirit sono trascorsi quasi cento anni; un nulla temporale del corso della storia culturale ed artistica dell’uomo.La distanza tra l’opera di Cézanne e le possibilità della pittura contemporanea non è a tal punto remota, come invece la serie di trasformazioni, sconquassi e dietrofront della storia dell’arte del Novecento potrebbero far credere: tanti inutili clamori che poco hanno apportato. Passaggi che nascono dal convincimento, questo sì del tutto temporaneo, che nessuno slancio utopico possa essere ancora fattivamente concepito, che ogni individuo debba rassegnarsi, chinarsi ad eventi di una storia le cui logiche e finalità gli sfuggono, rinunciando e abdicando ogni concreta finalità di dare un senso poetico alla propria esistenza.
Non è però detto che il senso debba coincidere unicamente con quello della perdita, del silenzio, è probabile che si possa replicare a questo tipo di “senso” con la vitalità di un modello di complessità che comprenda le logiche dell’imprevedibile, dell’immaginario, dei sistemi disordinati, tanto spiazzanti per gli officianti della retorica del “progetto”. L’opera di Sandro Martini, dal minuscolo grafema raccolto in una tascabile custodia di pelle, all’acquerello, al collage, ai teleri delle grandi installazioni o racchiusi nel plexiglas, al grande vetro, è opera compiuta in evoluzione, accadimento denso di rimandi, capace di abbracciare l’idea di crescita, sviluppo e mutamento; un universo che, nell’apparente automatismo della sua manifestazione, dona visive necessarie certezze e che, simultaneamente, è già esplicita evoluzione del pensiero di libertà che lo presiede.
Una grande pittura è ancora possibile, una pittura, non necessariamente limitata ad una superficie, che sia tuttora in grado di essere presupposto e sintesi del pensiero e dell’incerto agire contemporanei, una pittura che, alla maniera di quella del Caravaggio, sappia abbracciare verità e dubbio e, al contempo, alla maniera di quella del Tiepolo, sia vasta e affermativa non meno dello spazio architettonico che la accoglie.
L’arte di Sandro Martini è una delle manifestazioni di questa possibilità e, indubbiamente, a livello internazionale, una delle più risolute e affermate. Essa con dialogica immediatezza, rende il percorso di ogni individuo, quel naturale, bensì irrimediabilmente contraddittorio, tassello della percezione del divenire del tempo, dell’azione nello spazio, inserendolo nella cultura e nella storia della nostra, certo non semplice o pacificata, epoca; da questa posizione saldamente estranea a voghe artistiche, stabilisce quelle giuste, altere distanze di alta, emozionale riflessività. Nelle opere di Martini è presente la forza delle cose che le nostre azioni ingenerano e a cui altresì soggiacciono nel formarsi degli eventi, forza che si manifesta con la vigoria e violenza utili ad evocare l’intensità delle condizioni che si presentano nelle continue, anche infinitesimali, catastrofi che trasformano gli eventi vivificandoli.
L’infinita costruzione e decostruzione della composizione operata dal segno è l’aspetto immediatamente riconoscibile di quest’azione interminabile di alludere alla ricerca di possibili soluzioni, di sperimentazioni, d’accumulo di nuove eventualità di percorso, di nuove illimitate traiettorie, nuovi distacchi, imminenti affinità; il mistero che essa sa portare in dono è che, nell’irrequieto sovrapporsi, intersecarsi, frantumarsi, comprende la necessità del vuoto, dell’assenza. Essa è testimonianza di un dinamismo che opera e che ha sempre presente l’aspetto della realtà del vuoto, aspetto indispensabile e speculare delle nostre esistenze. Affrontare il vuoto, lo spazio, l’architettura, può essere ambizione e prerogativa solo di un’arte che, come quella di Sandro Martini, ha forti connotazioni plastiche, che si presenta in continua espansione, che non vuole essere limitata ad un campo conchiuso, stesa su una superficie illusoria quale è quella della tela intelaiata; un possente invito questo, all’iniziativa, alla scoperta, a debordare troppo incrostate abitudini mentali, ad evadere da luoghi comuni, a scoprire la bellezza anche in ciò che c’è vicino, “disegnare come fare, i centimetri che diventano passi, rumori”, cosi annota Martini che, in questo modo include l’agire nell’arte, le cui misure, le estensioni, le articolazioni, i ritmi, assurgono a metafora d’accadimenti vitali. Infatti, i suoi lavori nascono da una dedizione e una partecipazione, fisica e spirituali, assolute, essi implicano le stesse urgenze e strategie di sopravvivenza, di raziocinio, d’intuizione, di sensibilità poetica, che occorrono per affrontare, attivamente e intellettualmente, l’essere nel mondo ed il tentare di governare la nostra deriva all’interno del tempo.
Una presenza pittorica che si dà in un attimo fremente, effettività aperta ad ogni direzione, ipotesi che introduce ad un'altra ipotesi, momento sospeso che diviene momento saliente, fulcro, principio.
Pittura che rifugge di scivolare su viscide preparazioni, cristallizzandosi in superficiali, illusorie pellicole, al contrario essa impregna, intride, crea aloni, arriva e si stabilisce nella fisicità dei materiali, congruente e corpo stesso della cosa, da dove, e solo così, può essere immagine, mutevole apparenza, messaggio; lì essa, imperturbabile ad occhi privi di poesia, deposita il proprio significato, svela la propria emozione, poema lirico, fragile e grandioso per cuori partecipi, coinvolti ma non compromessi, nell’arena del proprio tempo.
Il tempo, la sua percezione, il suo senso, sono molto forti nelle opere di Martini, esso non vi scorre lineare, neppure è interrotto, esso è energia, sorta di buco nero, astro talmente forte da aspirare i significati che aleggiano nel divenire, restituendoli nella forma d’incontenibile deflagrazione, previsione, meditazione, mantra che ritma l’attività del mondo, che pervade e pulsa nel quotidiano. Interrogativi, presupposti che si rinnovano instancabili; asserzioni che, nel porsi, sembrerebbero disposte a disconoscere se stesse talmente impegnate a prefigurare altre, nuove evoluzioni.
n queste pitture-collage, nell’intrico di forme acuminate, di brandelli e lacerti che si disgiungono, di forme che spiccano sempre più distanti o precipitano a collidere, che, come nell’alternarsi ritmico del respiro, quotidiano individuale e al contempo cosmico, come il ritmo espansivo ed il contrarsi del muscolo cuore e l’irruente scorrere del sangue nelle vene ed il suo rifluire, fuoriuscire impetuoso, lento disseccare, esplodere, implodere, sono momenti di un’unica funzione, così ogni segno, ogni azione non è disgiungibile, non è separabile in affermazioni o rinunce, amori e odi, felicità o dolore, tutto, nel più piccolo filamento di tessuto della tela, nella più microscopica slabbratura dell’incisione nella superficie della carta, nel tendersi di un laccio di un’installazione, nell’andare e venire di una cucitura di un collage, come nella vita, tutto è indispensabile, qui nulla è contro o a favore, ma soltanto pone l’inevitabilità dell’esistere, non narra un suo particolare mostrarsi o descrive il presentarsi di un’unica situazione, semplicemente è la complessità nel suo manifestarsi, l’attimo di picco del caos.
Agiscono queste composizioni, forme non forme dai colori intensissimi - magnifici frammenti che niente ci costringe a pensare fossero parte di una qual, certo non migliore, figura definita e intelligibile - colori primari potenziati d’espressione, colori saturi che digradano e si attenuano nel fisico confronto con la fisicità della tela, colori colmi di pigmento che si mitiga solo per disparire divenendo luce, trasparenza la dove il telero si fa trasparenza; colori che non vogliono passare inosservati: nell’esangue paesaggio cromatico dell’arte contemporanea, il colore di Martini si pone con il coraggio di un’asserzione, maieutica volontà di un dialogo poetico.
Nero il colore delle linee, sorta d’utopica costruzione che anela ad essere realizzata, frenetica traccia, ansia di una necessità, segno-cicatrice, segno-struttura, che, nel farsi colore si rimargina, si realizza, diviene nero, il colore acromatico che porta in sé memoria, colore di quelle linee che, spesso ad oltranza, regolari e monotone, nei “progetti” delimitano i futuri percorsi del fluire di nostre, felici o meno, solitarie o corali, vite; nera incisione solco, traiettoria, laccio a tendere vele di architetture straordinarie, a crescere nel vento vigorose, incontentabili ipotesi.
Rara pittura quella di Sandro Martini, antigraziosa pittura, che ha seguito un proprio altissimo itinerario agli antipodi da quei clamori e mode di chi crede d’essere fuori dalla grande linea di continuità dell’arte del Novecento, e, in questo modo, inevitabilmente la ripercorre; chi, come Martini, s’inserisce nella Storia, si evolve in quella grande continuità e così, da tante ripetizioni è immune.
Certo, la pittura è ancora indispensabile, è ancora il tempo per una grande pittura, il tempo di opere autentiche.

Domenico D’Oora

----------

La tenda filtrava il meglio di un’estate…
Alcune kenningar annotate, per Sandro Martini.

Trasparenza riassorbe colori che potrebbero stare su ali di farfalla ad appassire in un autunno larvale.

Figlio di una tela è il circo dei perplessi che alla tensione delle chiavi di un telaio non si concede.

Bandiere che pregano, forse, gettate al lupo dei cordami disceso dal padrone dei passi, dove hanno casa i venti.

Perché, fin dal titolo, delle kenningard per Sandro Martini ? Perché le kenningard sono “formule combinatorie” e non aristoteliche “metafore”, formulate - come suggerisce J.L.Borges - su un deliberato piacere verbale ed istintivo; “formule combinatorie” proprio come le “opere-relazioni”, “opere-azioni” ( “ operazioni “ ) di Sandro Martini: “cose” che Duchamp chiamava un-art , ribattezzando il Vivere-discontinuo di Alfred Jarry e delle Wunderkammern del passato, per distinguerle, sul piano ontologico ( quello trascurato dalla critica storico-estetica ), per distinguerle dalle “opere” dell’ art. Sandro Martini ( “protopittore” ), come ben riassume e compendia Claudio Cerritelli, “si nutre del tempo”, non dell’Essere. Le sue sono kenningar, operazioni, installazioni, tensioni dove la pittura non è pittura a sé stante, “aseità” pittorica instaurata, ma elemento di un insieme il cui collante è, appunto, la messa in relazione combinatoria. Una ricerca quella di Sandro Martini, debitrice e compagna della shaped canvas, della tela sagomata e liberata dal telaio, dei “Dipinti a vela” ( 1969 ) di Claude Viallat ( Nimes, Francia, 1936 ),Giorgio Griffa, Marco Gastini, ecc. ecc. ? Evidentemente. Ma Sandro Martini ha saputo estinguere i suoi debiti nelle varianti personali che di quelle tendenze “citazione passiva” non sono: attivazione, semmai, magari guidata, se non proprio da un faro, da un fanalino: quello della Battimonda…; un fanalino acceso dal 1940, nell’oscurità degli oracoli della Modernità, da Antonio Delfini . Tensione di una tela che al telaio non si concede ma che, brandello appartenente ad un tendone da circo, è forse bandiera di preghiera come quelle che in Tibet si espongono al vento, il lupo dei cordami degli “scaldi “, che scende dalle montagne padrone dei passi, nell’aria dove i venti hanno casa; tela figlia di un tendone sotto al quale gli artisti stanno perplessi: come nel film di Alex Kluge, sul finire degli anni sessanta del secolo scorso ( Die Artisten in der Zirkuskuppel: ratlos… ); anni nei quali molti “figli dei fiori”, recisi, finirono nei vasi : invasati… Altri, invece, ancora veleggiano su ali di farfalla, di deltaplano e d’aquiloni di carta da un filo appena trattenuti: filtrando il meglio di un’ “estate” in cui Mies van de Rohe rivestiva il proprio divano con la seta dei paracadute, Giò Ponti metteva gli angeli alle sue “finestre abitate”e l’Ing. Rogallo, con la sua ala a “delta”, si ingegnava a far planare gli uomini nella bruciante atmosfera da cui erano usciti proprio in quella matura stagione d’estasi tecnologica: di ritorno da uno “spazio”, né cielo né mare, in cui il “volo” è solo, questa sì, una metafora…

Cos’altro potrà aggiungere uno il cui nonno paterno fabbricava eliche ( quelle amate da Brancusi… ) per gli aeroplani idrocorsa formula Schneider Cup, proprio negli anni in cui il nonno di Sandro Martini ricopiava “nature morte” fiamminghe nella medicea casa livornese dell’ Ardenza, da poco acquistata dal Barone Hindenburg ( quello dell’ultimo dei dirigibili o “aeronavi”di von Zeppelin... ) ? Forse che il volo librato o motorizzato ad “ala fissa” del “più pesante dell’aria” sta a quello ad “ali battenti”, inimitabile, degli uccelli e degli insetti pterigoti, come il sollevarsi da terra del “più leggero dell’aria” sta al nuoto dei pesci dotati di una vescica natatoria; forse che l’aria è il fluido che meglio di altri sostenta i desideri e le preghiere che l’Uomo ( quello dei Martini… ) affida al cielo e alla luce: quel cielo, fin là dove è respirabile, e quella luce che neppure il più poetico dei voli potrà mai esaurire nella sua esorbitante ed inconquistabile bellezza.

P.S. Quando Renato Folini mi chiede un testo per Sandro Martini, Micioskij, il mio vecchissimo gatto di stazza norvegese e ormai cieco tiflope, sorta di Tirèsia dei felini, mi ha appena lasciato uno dei suoi profondi graffi d’affetto rabbioso sulla mano sinistra: quella libera, che non scrive…

Castelseprio, marzo 2004-03-22.
Maurizio ( medaglia ) oiziruam

----------

Bruzella, 15 marzo 2004

Caro Sandro,
quando la tua voce, impregnata di Nazionali Esportazione, mi ha chiesto al telefono di scrivere qualcosa per questa mostra chiassese, ho detto subito di sì. Non perché sapessi cosa scrivere, ma per una specie di complicità generazionale, per quel filo che lega quelli come noi nati in tempo di guerra e che hanno navigato nelle acque dell’utopismo per poi ritrovarsi nelle secche dell’oggi. Quelli che hanno creduto, e credono ancora, che il linguaggio dell’arte possa salvarci da queste secche.

Ci eravamo visti in casa di amici, una casa di campagna piena di luce, e tu mi parlavi delle tue fughe, della tue navigazioni solitarie. Tu, metropolitano e cosmopolita, così parlavi a me, attaccato alla periferia tra Milano e Zurigo, ai miei paesi. E nonostante le differenze delle nostre storie personali e delle nostre poetiche, sentivo dietro le tue parole comparire, un po’ come le cuciture negli stracci dei tuoi collages, quel filo che ha tenuto insieme le esperienze culturali di chi si è formato negli anni Cinquanta e Sessanta: l’esistenzialismo, l’Action Painting, l’Ecole du regard, i dibattiti sulle riviste. Sono andato a rivedere una di quelle riviste, “il menabò 2” del 1960. Mi sembrava di prendere in mano un incunabolo: quanti secoli sono passati? Ma poi ho riletto il famoso editoriale di Italo Calvino “Il mare dell’oggettività” e mi pareva che fosse passata appena mezz’ora. Perché una domanda come “In mezzo alle sabbie mobili dell’oggettività potremo trovare quel minimo d’appoggio che basta per lo scatto di una nuova morale, d’una nuova libertà?” ci interroga ancora oggi.
Poco dopo sono venuto a trovarti nel tuo studio milanese. Tornandone quel pomeriggio catramoso di metà marzo per via Ferrante Aporti, costeggiando la massicciata della ferrovia con le sue immondizie e poi l’enorme mole delle Centrale con le teste di leone in alto che mi sbranavano e in basso lo sbandato che orinava contro il muro e i venditori di paccottiglia sul marciapiede e i clacson del traffico domenicale, ripensavo a quelle tue parole su Milano: -Non potrei vivere in un’altra città.
Ripensavo all’officina seminterrata dove si celebra il cerimoniale del tuo lavoro e dove tu ti accucci come un mago levantino sui telai, sulle pentole di colore, le tele da rifodero, le tele di lino, la carta catramata, il saldatore, i pennelli cinesi di peli di capra. Dove tingi, strappi, graffi, combatti la tua battaglia di segni, “stregone- sacerdote-artista che manipola i sacri materiali della pittura con la volontà di dominare la realtà e controllare lo spazio”, come ti definisce felicemente Nathalie Vernizzi nella monografia che ti ha dedicato.
Officina, sì, più che studio, con tutti quegli scalpelli punte punteruoli pennelli pennellesse forbici cesoie lame arnesi da artigiano e con quegli stampi per pentole appesi alle pareti come reperti industriali poetizzati e quelle composizioni di oggetti di scarto trovati per le strade e i tuoi quadri e quelle che chiami scatole, contenitori trasparenti dove veleggiano vele in miniatura che poi sfideranno i venti nelle installazioni. Devi avere avuto antenati marinai, per amare così le vele e i cavi e le navigazioni.
Oppure è semplicemente l’aria nativa di Livorno, la stessa aria che ha fatto scrivere a Caproni i Versi livornesi, cioé la più bella serie di poesie del Novecento italiano.
Tu non scrivi versi. Ma nelle tue opere trovo la stravolta poesia e la prosa veemente della vita metropolitana, le scariche elettriche della nostra vita febbrile, l’energia creatrice che è stata alla base del futurismo e dell’arte informale. Trovo tutto questo insieme con una volontà architettonica di costruire l’immagine. I tuoi artisti preferiti sono Dubuffet - quello dei valori selvaggi - e Tobey. E la tua inquietudine ti ha portato e ti porta spesso in California, dove, mi dici, già si respira un po’ d’Oriente negli ambienti artistici. Il tuo è un caos ben ordinato.
Ripensando alle tue opere mi riviene in mente il punto d’appoggio calviniano, la “nuova morale” e la “nuova libertà” di quel lontano articolo di rivista.
Ho ripensato anche, percorrendo la strada verso la Stazione Centrale per tornare fra i miei colli ticinesi, alle tue parole: -Ero convinto che tu avessi già visto il mio studio. Probabilmente era per via del filo che lega quelli che hanno uno sguardo ostinato sulle cose dell’arte. È per via di quel filo che ti pareva di avermi già visto nella tua officina. E continuando la strada mi tornava alla memoria la tua amicizia con Tancredi. A quel tempo tu dipingevi gli inferni e un giorno lui ti disse: -Io l’inferno ce l’ho dentro.
Ora, l’inferno è fuori di noi, nelle notizie di cronaca, un po’ dappertutto, anche in via Ferrante Apporti, a due passi dalla tua officina di via Oxilia. Ma tu, come tutti gli artisti autentici, hai gli anticorpi che combattono la paura e che sconfiggono la morte.

Ciao, in attesa della primavera,

Alberto Nessi

----------

Sandro,

una “carta” orfana mi guarda dormire da più di trent’anni.
È appoggiata sul cassettone, vicino all’ultima ragazza--di spalle, con il ramoscello appena reciso nella destra, dietro i tre lama stanchi--che Werner Bishop ha immortalato poco prima di morire. Me la regalasti agli esordi del travagliato lento percorso per costruire “Rosaspina”.
Paola Ghiringhelli e Roberto Sambonet, complici, ci avevano appena fatto incontrare. La “carta” non porta retta alcuna. Forse è l’ultimo incontaminato sordo groviglio di sprizzi, di tocchi infiniti, di meticolose macchie di dimensioni infime e supreme, con parchi accenni di carminio, di ceruleo, di cadmio e di biacca, di viola e di veronese e, in alto e a destra, il nero. Imperioso. Vortice e costellazione tra cielo e corpo, anima e carne, assenza e bisogno, dove, sembra, sia l’intenzione a definire il caso. La retta torna dopo, prima col tiralinee, poi dipinta, poi impressa, poi tagliata, poi incisa, poi tesa: filo prima, poi fettuccia, poi nastro, poi il cencio, poi il telo, teso e disteso, intriso, tinto, impresso. A invadere una nuova dimensione. Aspettando la musica.

Bruno Monguzzi


Dal 2004-04-23

Al 2004-05-29





   
   

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 :::
ti trovi a pagina: 1