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eventi in galleria

 
 

 

Vincenzo Cabiati

CIGLIA

La galleria Folini Arte Contemporanea dopo le prestigiose esposizioni di maestri storici della pittura quali Emilio Vedova, Hans Hartung, Italo Valenti, non poteva non rivolgere la sua attenzione verso le più innovative ricerche contemporanee. Nasce così la mostra Ciglia, personale di Vincenzo Cabiati, artista che annovera a sua attivo collaborazioni con influenti gallerie private quali Galleria Giò Marconi, di Milano, Emilio Mazzoli, di Modena (I) e importanti istituzioni artistiche come Manifesta . La mostra è accompagnata da un catalogo delle Edizioni Folini Arte con un testo di Bettina Dalla Casa, e foto di Armin Linke e Francesco Matuzzi. Sarà esposta una grande ceramica dal titolo "New Legend" e una serie di opere dal titolo "Cielo", "Alberi e buchi" o "Pizzo paesaggio", "Ciglia" realizzate con teche trasparenti in plexiglas sulla cui superfice appaiono stampe serigrafiche e racchiudono tele bianche, oro o argento, cosparse avvolte di frammenti luminosi di porcellana e oro. Nelle opere di Cabiati vengono giustapposte immagini serigrafate, still-frames di video o dettagli di fotografie. Scrive in catalogo la Dalla Casa "Inoltrarsi nell'universo di Vincenzo Cabiati è come compiere un salto nel vuoto, un vuoto però colmo di allusioni e di segreti appena annunciati, suggestioni che si sprigionano da spazi smisurati o sconosciuti. Significa farsi catturare dalla vertigine data dalla distanza che la virtualità dell'immagine pone tre sè e il peso della cosa rappresentata. Abitare questa vertigine in uno spazio senza tempo è la scommessa di ogni opera, di ogni esposizione dell'artista…" E poi ancora "…La dissociazione degli elementi in gioco, la contrapposizione di dualismi che non si completano, l'accumulazione e le stratificazioni di senso, la presentazione di congetture gratuite e paradossali rappresentano per Cabiati il vocabolario linguistico essenziale per dar luogo a un paesaggio altro, privo di ogni cornice temporale. Gli scarti di senso che si vengono a costituire definiscono orizzonti incastrati tra mito e favola, narrazione e leggenda: una trama silente che si ricompone davanti ai nostri occhi, secondo il nostro arbitrio. L'artista allude ma non spiega: non indica, suggerisce. La "favola" che l'osservatore è chiamato ad immaginare annuncia il momento di sintesi di ogni possibile dualismo."

Dal 2008-10-25 al 2008-11-25

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ROBERTO FLOREANI

Gerarchie Spirituali (Passaggio in Ticino)

Gerarchie Sprituali (Passaggio in Ticino) è un progetto di diciotto opere, anche di grande formato, che l’artista ha concepito prendendo spunto dalla ricerca filosofica di Rudolf Steiner (1861-1925), fondatore dell’Antroposofia e teorico della conoscenza soprasensibile. Già nel 2005 Floreani aveva indagato sullo “spirituale nell’arte” con il progetto Ottantuno e oggi ripropone questo tema focalizzandolo sulla centralità dell’uomo nel processo del divenire. E’ quindi un pensiero forte che alimenta la ricerca pittorica dell’artista, considerato oggi uno dei più convincenti e maturi astrattisti della sua generazione, che accentua con questa mostra la portata introspettiva dell’opera e la sua resa pittorica complessiva. Probabilmente la novità più evidente di queste opere, che presentano già un’evoluzione rispetto a quelle concepite per il progetto espositivo del 2007, è la marcata presenza di colori brillanti che accendono le conosciute gamme cromatiche “basse” dell’artista. Non è solo l’evidenza di ampie bande arancioni, già sperimentate negli ultimi anni, ma l’aggiunta di superfici quadrettate rosate e di opere quasi monocrome giocate su colori malva e rossastri, di nuove combinazioni nelle Flags, vera novità della ricerca nel 2006-2007 e pure presenti in mostra, per evidenziare lo sviluppo del lavoro dell’artista. Ma l’evoluzione non riguarda solo l’aspetto cromatico, ma anche la geometria del supporto materico che presenta una nuova texture a scacchi (la serie Finale di Partita) che si combina poi con i tradizionali Concentrici (presentati per la prima volta nella personale al Museo Revoltella di Trieste nel 2003). L’aspetto pittorico che forse appare più correlato a questa ricerca introspettiva è quello legato ai tempi lunghi e minuziosi della stratificazione, alle superfici rosate che sembrano vibrare dall’interno, una sorta di colore-non colore ricavato facendo assorbire ad una superficie bianca, attraverso un procedimento quasi alchemico, componenti cromatiche delle basi sottostanti trattate in precedenza. Il risultato finale sembra quasi alimentare un baluginìo, procurare una luce interna all’opera. Un altro aspetto rilevante delle opere esposte è il contrasto delle consuete basi giocate su gamme cromatiche complementari di grigi, marroni e nocciola, assolutamente omogenee tra loro, e le bande o gli scacchi realizzati con stratificazioni di arancioni di diversa natura e intensità, che virano dal rossastro al giallo, accentuando dall’interno queste aree fortemente energizzanti. La stessa struttura materica dell’opera appare perfezionata nella sua complessità di stratificazioni che si avvalgono oggi di nuove combinazioni particolarmente convincenti e risolte, che giovano anche alla trasparenza e chiarezza di lettura dell’opera nel suo insieme. Correda la mostra un catalogo bilingue (italiano-inglese) della collana della galleria con una premessa dell’artista e un testo-intervista con Domenico D’Oora.

Dal 2008-05-31 al 2008-07-12

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Italo Valenti

Carte e Dipinti

Carlo Carena Ritrovare Italo Valenti Ritrovare un artista come Italo Valenti è ogni volta un piacere sopraffino, un’emozione che si ravviva, un’esperienza che sempre arricchisce. Non lo si ritrova mai invano, anche se lo si fosse incontrato cento volte com’era nella vita, poiché si ha a che fare non soltanto con uno dei maggiori pittori italiani del Novecento, ma con uno spirito ricco che ci trasmette discretamente la sua lezione. Al fondo, ma poi non troppo profondo, della sua pittura, stanno una cultura vasta e una vera sensibilità poetica; un riflessione filosofica che risale alla mitologia greca e si espande a scrittori e sapienti dell’Oriente, in cerca del senso delle cose e del mistero dell’universo. Erano certamente stati d’animo diffusi nella cultura a cui dapprima Italo Valenti appartenne nei suoi bei venti e trent’anni: la Milano anni Trenta e Quaranta che opponeva al fracasso del Futurismo e del regime alcuni cenacoli appartati di poeti e di artisti, anche di filosofi. Lì una ricerca silenziosa che ripercorreva lontani cammini e insieme aderiva alla sensibilità di un’epoca che, in chi più in chi meno, percepiva il suo come un momento fragile e instabile; si poneva alla ricomposizione delle forme nella loro quintessenza, eppure con un fermo riconoscimento della realtà. Lì e allora si consumava in Valenti un contrasto che lo appartava dai colleghi, pur nel suo caldo bisogno dell’amicizia e nella condivisione aperta del lavoro. Le sue città e i loro arredi, le auto o i treni, sono giocattoli visti con meraviglia e desiderio infantili; gli abitanti vi si aggirano come in un teatrino (spesso anche visivamente rappresentato) e vivono in un balletto surreale, con dense pennellate a olio e netti colori: non con netti contorni bensì sintetizzati in forme geometriche che spiano quello che sarà, in una coerenza tangibile, contrassegno della sua necessità e serietà, il cammino di questo artista di rara unitarietà pur in successioni evolutive che permettono di distinguere e storicizzare i ‘periodi’ della sua pittura. L’evoluzione fu uno sboccio di forme da forme, una progressiva conquista di assolutezza come bisogno interiore di chi ha scrutato il mondo senza mai mescolarvisi per ciò che vi trovava di assurdo, di rozzo e di vano, selezionando intorno a sé persone, cose, luoghi come selezionava i suoi colleghi del passato cercando quelli più taciti e lineari: egli stesso additava l’Angelico e Giorgione, citava Memling e Vermeer. La mostra presente ci porta agli esiti finali e trionfali di questo percorso. Il Blu è degli anni di passaggio, quelli di fine Cinquanta, fra i più tormentosi e impressionanti di Valenti: materie turbinanti che fanno esplodere le forme in un colorismo acceso. Poi la suggestione ispirata da due città patria di splendidi pittori e pitture: Amsterdam è del 1967 (l’artista ha 45 anni) e dell’anno dopo è Vicenza, dove Valenti adolescente visse a lungo, rivisitata a distanza di tempo: Amsterdam sembra stendere le sue mura rosse sul canale, mentre la città veneta si ricompone nella sua perfezione palladiana (presto apparirà sull’orizzonte il tema di Mesure). Ed ecco immediatamente (1968) l’Isola del sole, rappresentante di uno degli altri temi, sognanti e agognati, di Valenti, un grande utopista; poi, con Liuti, del ’72, un mirabile esemplare delle grandi composizioni cromatiche a blu e verde care all’artista, che ne trarrà superbe tele a vaste campiture, come di cielo e terra accostati e sovrapposti, ritti o reclinati. Mentre Paese, del ’69, dà un primo esempio dell’uso dei trapezi, altro modulo elaborato in tutte le dimensioni e combinazioni. I collages sono rappresentati in questa mostra da un esemplare della piena maturità, Signes, 1984. Intorno ad esso si svilupparono altri ‘paesaggi’ valentiani legati sovente alla Svizzera: Sils, Viamala, o ai viaggi di verifica e di godimento in Grecia o in Olanda, nella più acuta solarità o nei bassi profili dei prati e delle acque; oppure quadri con titoli insistenti attorno agli eroi della mitologia mediterranea o alla lontana Cina: gli ‘antenati’ o ‘archetipi’ come egli li definiva. E poi le Lune, altro vero ‘mito’ di Valenti. Quelle loro masse in bilico su parallelepipedi dànno luogo a variazioni spaziali e cromatiche con tutti gli strumenti della pittura contemporanea, olî e collages appunto, o chine e incisioni spesso colorate con piacevole effetto anche decorativo. L’eleganza è una costante da sottolineare non meno nella varietà di temi pittorici del nostro artista. Con le lune e i notturni entriamo ancora una volta nel mistero simbolico, nelle sue più suggestive allusioni. Le Maghe, precoci nella pittura di Valenti, ci guardano nelle loro pose e stature ieratiche, sembrano interrogarci sole, malinconiche o accasciate da chissà quale consapevolezza, o in gruppi in cui si combinano di triangoli e piramidi. Mentre i Traghettatori, in neri stiffelius e cilindri come in Renoir o Toulouse-Lautrec, soprattutto nei disegni guidano con lunghi remi le gondole su sconfinate lagune, chissà dove, come altrettanti Caronti nella notte. Non si smetterebbe mai di contemplare e di fantasticare su queste forme e creazioni poetiche, sulle quali Valenti stesso era reticente quanto invece era espansivo sulle sue letture, sui suoi esperimenti, sulla propria vicenda di pittore in Italia e poi in Svizzera. Là aveva attinto la grande tradizione pittorica toscana e veneta, di linea e di colore; qui aveva incontrato ambienti e colleghi affini per interessi e inclinazioni, artisti come Nicholson e Remo Rossi, scrittori come Andersch e Golo Mann, e la moglie Anne de Montet, che condivise e sostenne con lui tanta storia e ricchezza. Di tutto ciò conviene tener conto per apprezzare davvero l’arte di Italo Valenti; e di queste sue ‘astrazioni’ non solo dalle forme ma dal mondo stesso.

Dal 2008-02-29 al 2008-03-12

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VITTORIO MATINO

DISSONANZA ARMONICA

Catalogo:VITTORIO MATINO – Una monografia
Testi: Aldo Tagliaferri, Nathalie Vernizzi, autori vari.
Monografia bilingue pgg. 403, SilvanaEditoriale , Milano, 2006


Dal 2007-10-13 al 2007-11-19

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PAOLO GIOLI

VOLTI ATTRAVERSO/TOKYO 1996


Con il fotofinish, una tecnica che ho iniziato a utilizzare e a reinventare nei primi anni Settanta, avviene una decostruzione e una ricomposizione ed altri fenomeni plastici che ricordano certe elaborazioni grafiche computerizzate. Si tratta essenzialmente della creazione e del compimento di più movimenti in tempo reale della fotocamera (movimento manuale), della pellicola e del soggetto ripreso; movimenti rallentati, accelerati, anche parossistici e improvvisi stop. La figura ripresa entra in combutta con un’immagine fissa posta nella finestrella d’entrata della fotocamera stessa. Si arriva così ad un contatto inesorabile di una figura in movimento che nel contempo e a sua insaputa viene trasformata in un’altra, in mutazione continua della figura (l’altra) bloccata all’interno. Dunque, la linea-fessura tradizionale è sostituita da un frammento d’immagine, magari del volto stesso ripreso, o la sua firma, o qualsiasi altra parte che gli appartenga o no; Volto “costretto” a passare attraverso il proprio volto, o la propria firma, o fagocitato dalla griglia grafica di se stesso. Ho fotograficamente sezionato, con forti avvicinamenti e non, un intero corpo e l’ho inserito pezzo per pezzo nella camera fotofinish in modo che l’immagine si analizzasse con frammenti di sé medesima. La sua identità è rivoltata e disquamata attraverso l’esile spessore del frammento interposto. Appunto, queste più identità possibili, modellate da una sola, inerte, volgono a risoluzioni plastiche inaspettate, da movimenti, azioni e travolgimenti progressivi, come percosse da una ”stravolta” memoria inserita. Questi volti di Tokyo, dall’oscurità si incamminano verso i “segni” da me raccolti attraverso la città, verso la mia paradossale protocinecamera, mio lapis oscuro.
Paolo Gioli

The technique of photo-finish, which I started to use and reinvent in the early Seventies, involves deconstruction and recomposition and other plastic phenomena which call to mind certain computerized graphic processing. It is essentially about the creation of a series of real time movements, and sudden stops. So the figure taken enters in to conflict with a fixed image positioned in the viewfinder of the camera itself. In this way, one establishes unrelenting contact with a moving figure which at the same time is transformed into another , in a continual mutation of the figure (the other) blocked inside. The traditional fissured line is substituted by a fragment of image, perhaps even of the very face taken, or his signature, or any other part belonging to him or not; a face “forced” to pass through its own face, its own signature, or swallowed up by the graphic grid of itself. I have photographically dissected an entire body and inserted it piece by piece into the photo-finish camera so that the image can be analyzed with fragments of itself. Its identity is turned inside out and scaled through the slender thickness of the interposed fragment. As many identities as possible modelled on a single one, inert, face with unexpected plastic resolutions, with progressive movements and actions, as if struck by an inserted “twisted” memory. These faces of Tokyo from the darkness make their way toward the “signs” that I have gathered throughout the city, toward my paradoxical photo-motionpicture camera, my obscure lapis.
Paolo Gioli


Dal 2007-05-25 al 2007-07-30

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VITTORIO MATINO

DISSONANZA ARMONICA
13 ottobre 2007 - 19 novembre 2007


Catalogo: VITTORIO MATINO – Una monografia
Testi: Aldo Tagliaferri, Nathalie Vernizzi,
autori vari
Monografia bilingue pgg. 403, SilvanaEditoriale , Milano, 2006


Dal 2007-05-20 al 2007-06-20

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SANDRO MARTINI

Penso affresco Penso vetro
dal 2 marzo 2007, al 7 aprile 2007


Dopo la recente prestigiosa mostra dedicata ad Hans Hartung - definita unanimamente dalla critica come la più importante che si sia tenuta in Europa, in una galleria privata, nel corso del 2006 - e le precedenti dedicate a maestri storici e contemporanei del novecento quali Emilio Vedova, Achille Perilli, G. De Dominicis, il fotografo Paolo Gioli e Vittorio Matino, Roberto Floreani, la galleria Folini Arte Contemporanea di Chiasso, torna a presentare in una bellissima rassegna l’artista Sandro Martini a cui la galleria ha già dedicato un’esposizione nel 2004. Sandro Martini artista internazionale opera nei suoi due studi di Milano e San Francisco, creando altresì installazioni, temporanee e permanenti, in prestigiosi spazi pubblici e privati a livello globale. La mostra, accompagnata da un ponderoso catalogo, include opere di diversa natura quali: tele, affreschi, cages, appositamente create per questa esposizione che include anche uno straordinario grande vetro, materiale e forma espressiva peculiare assai congeniale all’artista che ne esalta in un modo assolutamente originale, contaminandone e fecondandone con interventi incisori e pittografici, le particolarità. Scrive in catalogo Domenico D’Oora: “…La superficie dell’opera è animata da un’invasione di schegge, graffiti – anche brandelli fisici, di stoffe, ma pur sempre verosimili lacerti di una colossale débacle di un’epoca o di un suo desiderato, imminente riscatto – che sono mossi da una fortissima volontà, forse rivoluzionaria, forse nostalgica, che ha l’apparenza di escludere ogni intrappolante ragionevolezza e non accettare di approdare ad un che di predefinito e che, nel proprio sconfinamento nello spazio, sembra cerchi, in un’interrogazione, in un’ipotesi, una qual possibile necessaria rottura, imprescindibile via di affrancamento e riscossa, liberazione. Passaggi carichi di imprevedibili domande, e pur di qualche rimpianto o ansia di obiettivi da conseguire; mete racchiuse e custodite nella consapevolezza di chi intende la bellezza di questa insistente forzatura, di questo dirompere del segno nello spazio, di questo farsi colore, forma rotta e frantumata nel dolore, nel desiderio, nel dinamico animarsi, nel cadere nel baratro del tempo e dello spazio, delle sconfitte e delle speranze della vita. E’ questo uno spazio dell’opera che, nella sua complessità, allude alle illimitate dimensioni spaziali e temporali, della realtà, così come la sua sfaccettatura, evitando descrizioni, non indaga ma si riferisce, sottintende e comprende le infinite e indeterminate manifestazioni dell’esistenza e del sé. E’, in fin dei conti, il compito ultimo della pittura, dell’arte quella grande - quella che non tradisce quando, fuori da una patinata rivista, ti entra in casa: ogni mattina guardo una carta di Sandro Martini, piccola e immensa, così anch’io, sperduto in un mare di segni a cui non so dare più un senso, mi preparo al mio lirico massacro quotidiano che là fuori, ma, da tempo ormai anche “dentro”, mi attende - di narrare per immagini significanti, qui ed ora, quelle che dell’uomo sono le ansie, le illusioni, e le speranze che, in un dipinto rosso, giallo e blu, possiamo trovare scagliate contro l’incerto avvenire…”

Dal 2007-03-02 al 2007-05-07

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Custodi del fuoco

Ceramiche di Guido Botta e Stefano Medaglia

Custodi del fuoco Ceramiche di Guido Botta e Stefano Medaglia La mostra con ceramiche di Guido Botta ( Mendrisio,1963 ) e Stefano Medaglia ( Tradate,1970 ) presentate da un testo di Maurizio Medaglia intitolato -Custodi del fuoco ", verra' inaugurata insieme agli artisti presso le sedi della galleria d' arte di Dedette e Renato Folini e della galleria di design -Stile Libero" di Cristina e Paolo Pellegrini, entrambe site nel centro di Chiasso a poca distanza tra loro. Di Guido Botta, da anni stretto collaboratore dell' Arch. Mario Botta, verranno esposte delle serie a tiratura limitata di vasi, piatti ed altri oggetti da tavola realizzati su suo disegno presso le storiche manifatture ceramiche Ibis di Cunardo ( Val Ganna, Varese, Italia ); in particolare si segnalano i piatti dipinti con un segno - come rileva Maurizio Medaglia nel suo testo - - calligrafico ed in leggero rilievo, tale da far emergere la profondita' umbratile delle superfici". Di Stefano Medaglia, pittore, saranno mostrate le recentissime -sculture da tavolo' ( -Pietre miliari" e -Idoli degli occhi" ) ed alcuni piatti graffiti e dipinti : tutti pezzi unici anch'essi realizzati presso le Ibis di Cunardo nel corso del 2006 e plasmate da - un segno inciso e potentemente coropla'stico che sprofonda dentro le superfici per rilevarne e rivelarne la luminosa ed intima profondita'". La mostra, come si evince, dalla presentazione di Maurizio Medaglia, vuole richiamare l'attenzione su due artisti di qualita' e, per questo motivo, considerati -custodi del fuoco" e non -adoratori della cenere- , alludendo a quanto sostenuto dal musicista Gustav Mahler al riguardo : ossia che il fuoco e' trasformazione e che la tradizione, ripensata con chiarezza ed attenzione e non passivamente citata, e' un modo per conservarne l'energia trasformatrice. In altre parole, quelle di Paul Bocouse, chef che di fuochi se ne intende : - creativita' e' non copiare". Inoltre i pezzi esposti di Guido Botta e di Stefano Medaglia sono considerati unici non tanto e non solo per la loro effettiva unicita', quella del pezzo unico e della serie limitata, ma soprattutto per via di una particolare e rara qualita', quella del suddetto -ripensamento' , che a differenza delle cose fatte con la catena di montaggio della citazione puo' rendere unico anche un pezzo di design da grande serie. La presenza simultanea della mostra presso due differenti gallerie, una d'arte contemporanea e l'altra di design, intende invece evidenziare - con riferimento a Marcel Duchamp e a Guy Debord - che se non puo' esistere un'arte situazionista e' invece possibile praticare un uso situazionistico dell'arte.

Dal 2006-12-15 al 2007-01-15

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HANS HARTUNG



Inaugurazione: 29 settembre 2006, ore 18,30

testi: Domenico D’Oora, Maurizio Medaglia, Vittorio Raschetti
Monografia bilingue 44 foto colore + 16 bn, pgg. 88, Silvia Editore, Milano, 2006


Dal 2006-09-29 al 2006-12-23

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DOMENICO D'OORA

OPERE

Immaginiamo che a Parigi siano conservati, in modo simile al metro campione, anche i campioni dei colori

Wittgenstein

Essere sempre lo stesso colore e insieme un altro

Pessoa


Dal 2005-12-16 al 2006-02-04

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ROBERTO FLOREANI

Selected Works 2000-2005

L’ultima mostra selezionata di Roberto Floreani è datata 1997, quando la Casa dei Carraresi di Treviso rese omaggio al suo lavoro con una significativa esposizione relativa alle opere dal 1986 al 1997.
Il 2005 è il ventennale dalla prima mostra personale di Floreani.


Dal 2005-06-18 al 2005-07-31

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VITTORIO MATINO

Cromie

Dal 20 novembre 2004 al 31 gennaio 2005
Sarà presente l’artista

La pittura recente di Vittorio Matino si presenta in un primo momento come una manifestazione di chiarezza e compostezza, che esprime pace e forza rasseneratrice. Dopo un istante, la percezione iniziale è già sconvolta. Confermati quei valori, ne emergono altri, un’energia misurata ma intensa e complessa, metafora o visualizzazione della vita interiore, una rappresentazione della condizione dell’uomo davanti a se stesso.


Dal 2004-11-20 al 2005-01-31

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La luce oltre la forma

Collettiva dal 30 ottobre al 27 novembre 2004

Alessandra Bonoli, Michele De Luca, Domenico D’Oora, Albano Morandi, Manlio norato

Dal 2004-10-30 al 2004-11-27

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PAOLO GIOLI

Polaroid in Bianco e nero e a colori su carta da disegno 1987-1998

Inaugurazione: 10 settembre 2004 ore 18.00

Catalogo: a cura di Roberta Valtorta e Domenico D’Oora (testi in italiano e inglese)

La mostra presenta un significativo insieme di opere Polaroid su carta da disegno che datano dalla fine degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta: un possibile percorso all’interno della vasta opera di Paolo Gioli che, costantemente improntata alla sperimentazione linguistica, riflette insistentemente sui generi classici della storia dell’arte – nudo e volto umano in primis, ma anche natura morta e paesaggio – sempre discutendoli e predisponendoli a una possibile attualizzazione nella contemporaneità.


Dal 2004-09-10 al 2004-10-23

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DIE - DYE and DIE

Sandro Martini

Una misteriosa violenza

di Elena Pontiggia

Si racconta che nell’antico rito greco, durante la trieterica sacra, le Menadi, le sacerdotesse di Dioniso, sbranassero le fiere del bosco. Il rito alludeva alla terribilità, alla necessaria violenza della vita.
Può ritornare alla mente il mito greco, di fronte alle opere di Sandro Martini? Apparentemente, no. Eppure non c’è un’opera di Martini che non rappresenti una vicenda di disjecta membra, che non sia un’esperienza di squarci, di tagli, di ferite, di cicatrici, anche se quella vicenda e quei frammenti vengono avvolti in una luce assoluta.
Sul campo di battaglia della tela, nell’arena della pittura, le linee combattono contro le linee, i punti aggrediscono le rette, i segni graffiano le superfici, i colori si insinuano nel corpo dell’opera come cunei, come frecce. Il risultato è un tumulto, un bellum omnium contra omnes, una condizione di violenza perpetua e al tempo stesso di mischia, di confusione apparentemente ineliminabile. Siamo di fronte, insomma, a storie di azione e di lacerazione, dove però l’esito finale è un imperioso prevalere della luce, come in un gioiello barbarico.


Dal 2004-04-23 al 2004-05-29

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Artisti della galleria

Collettiva

Per tutto il mese di giugno, esposizione di opere degli artisti della galleria

Dal 2003-05-10 al

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PICENNI

Mostra personale

Inaugurazione: 28 febbraio 2003 ore 18.


La galleria Folini Arte Contemporanea al suo secondo anno di attività nella nuova sede di Chiasso, dopo le prestigiose esposizioni di maestri storici quali "Emilio Vedova", "Achille Perilli da Forma 1 agli anni Novanta", "De Dominicis" le collettive " Bonlumi, Castellani, Melotti, Perilli, D'Oora" e "Wonderful World", continua la sua attività d'iniziativa culturale presentando una significativa rassegna di opere inedite, una ventina di tele recenti, selezionate da Renato Folini direttamente nello studio d un grande artista, Fernando Picenni, pittore sodale di tanti noti maestri.

Visitando mostre, dalle gallerie alle esposizioni Biennali, si ha spesso l'inquietante sensazione che l'arte sia divenuta una sorta di Circo, un allegro spettacolo dove l'onore dlla ribalta spetta all'ultima trovata eclatante del saltimbanco di turno.
Così, molti "artisti" impongono il loro prodotto, ricorrendo a calcolate strategie di marketing, con le medesime mosse e necessità: dispendio economico, individuazione di un target confezione di un prodotto smerciabile, promozione pubblicitaria, presenzialismo e mondanità; sorge il dubbio, osservando altresì le opere di certi autori, che il loro talento sia stato sottratto, e potrebbe essere meglio impiegato, nel settore del commerio, magari vendendo aspirapolvere.
L'arte quindi una giungla, che richiede operatori feroci, pronti al massacro, individui molto, molto, diversi da quella categoria di artisti e galleristi - sempre più rari - che credono che l'essenziale sia distillare ua propria poetica nel dialogo con i quesiti del proprio tempo, creare un proprio linguaggio nella meditazione, nella ricerca autentica, nell'inesauribile sperimentazione pittorica nello spazio del proprio studio - torre d'avorio e, forse, come soleva di dre C. Carrà, "con il filo spinato attorno" - per poi effettivamente donare una poesia nuova al mondo: artisti di un'elitaria categoria cui, senz'altro, ci sentiamo di ascrivere Fernando Picenni, pittore sensibile e raffinato, dalla lunga carriera maturatainsegnando a Brera, esponendo nelle gallerie più importanti a fianco di maestri ora conclamati, artista originale e creativo, di cui si sono interessati i maggiori critici, ma, altresì, artista schivo, poco propenso ad affidare il proprio messaggio ad alto se non alle proprie, straordinarie opere.
L'opera di Picenni è "Contraria alla banalità imperante, radicata nella struttura formale del razionalismo astratto avvalorato da incanti onirici, l'opera di Picenni è pittura - magnifica pittura - d'intelligena e di sensibilità, di atmosfere, di attese, di silenzi, di accadimenti decantati nel tempo, di presenze animate da segrete narrazioni -" un lavoro necessario, indispensabile perché il circo dell'arte sia ancora credibile: con altri intendimenti, altri ecezionali risultati.

Conosciamo il mondo dell'arte, ne accettiamo i giochi, ma lo vorremo un po' migliore.
Nulla si chiede se non che, ancora una volta, si riconosca impegno e creatività, e che, quindi, quello che si pensa esso sia, possa, per tutti, essere realtà.


Dal 2003-02-28 al 2003-03-29

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WONDERFUL WORLD

c o l l e t t i v a

La visione, è una funzione dell'espressione.
Quando guardiamo, le nostre menti tendono a organizzare ciò che l'occhio percepisce in insiemi semplici e definiti. Si tratta di una forma di ordine che consente di affrontare ciò che, visivamente, altrimenti ci apparirebbe come caos. E' perciò la visione, la percezione, un nostro singolare modo di interpretare, di vivere interiormente il mondo, che così già configura, modifica l'esistente. La realtà, o ciò che personalmente ascriviamo a questa sfera, è qualcosa di soggettivo e intimo, molto più complesso e variegato di tutte le definizioni scientifiche, e che, ognuno di noi descrive e definisce in modo differente.
I nostri animi sono universi impegnati in sviluppi infiniti, in creazioni meravigliose, capaci di sopravanzare le suggestioni, le prove, gli interrogativi che ci vengono posti dalla 'realtà'. Ed è per questa percezione, visione interiore, che spesso la realtà esterna, si manifesta come priva di un senso; e che, altresì, sistemi e metodologie cui ci si rivolge per decifrarla sembrano insufficienti o addirittura incapaci di fornire interpretazioni soddisfacenti.
L'opera d'arte, la sua imprevedibilità, la sua magnificenza, possibilità visiva della coscienza che forma, manifestazione della bellezza che si afferma: una chance, un antidoto alla deriva nel non-senso - al di fuori da pastoie 'scientifiche', preconcetti ideologici, tentazioni catastrofiste, surrogati di realtà confezionati da virtualità globalizzate - che può raccogliere la sfida della contemporaneità e azzardare e definire illimitate interpretazioni ben sapendo che non esistono perentorie risposte definitive.
All'arte - con il suo continuo elaborare nuovi linguaggi, con il suo incessante ripensamento/anticipazione del reale, con la sua inarrivabile capacità di alludere, di esprimere ben oltre a quello che le parole e le sistematizzazioni concettuali siano in grado di dire - il positivo compito di donarci quel piacere intenso, quel godimento estetico, costante e bensì mutevole, che si prova nel durevole connubio con la sua realtà, e dare un senso a ciò che spesso, nella quotidianità, appare insensato.
Così con questa esposizione - com'è nella linea della galleria Folini Arte Contemporanea, presentando una significativa rassegna d'importanti opere di grande qualità di maestri di valore storico e fama internazionale ampiamente affermati nell'ambito della storia dell'arte quali De Dominicis, Scanavino, Morlotti, Fontana, Adami, Appel, Mondino, Schifano, Festa, Morandi ed una selezione di opere di artisti come Domenico D'Oora, Stefano Medaglia, Fuel, Samuele Gabai, Andrea Cometta, Giorgio Sovana, la cui poetica e curricolo espositivo sono già consolidati, e accomunati con i primi dalla ricerca di nuovi mezzi espressivi e coerenza di risultati - si desidera proporre alcune ipotesi interpretative: senza pretendere di voler dare risposte risolutive, ma, semmai, soltanto con l'intento d'offrire un'occasione d'incontro con delle straordinarie ipotesi.

La Galleria


Dal 2003-01-24 al 2003-02-22

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Gino De Dominicis

Presentazioni: Domenico D’Oora – Maurizio Medaglia

Gino De Dominicis (Ancona 1947 – Roma1998) personalità artistica a livello internazionale fra le maggiori del dopoguerra, certamente tra le più articolate e complesse, pittore, scultore architetto, che non si è mai curata di essere in sintonia con le sempre più frequenti ed eclatanti novità artistiche. Inizia ad esporre nel 1966. Non attribuirà alcun valore documentario significativo alla fotografia, affiderà il suo messaggio unicamente alle proprie opere rifiutando il gioco pubblicitario e d’immagine del sistema dell’arte, non appronterà mai cataloghi relativi alla propria opera e le difenderà da qualsiasi riproduzione; come si opporrà alle contaminazioni multimediali sempre più in voga. “La "contaminazione" tra i linguaggi è sempre stata in una sola direzione: i vari linguaggi "artistici" hanno sempre attinto o copiato dalle arti maggiori e mai viceversa.” GDD.

Dal 2002-10-11 al 2002-11-09

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Perilli

DA FORMA 1 AGLI ANNI NOVANTA

La prima volta fu nel 1948. Da Parigi inseguivo una mia amica a Zurigo, esattamente a Kussnacht, che però ai miei amplessi preferiva l’equitazione. In compenso conobbi Max Bill, su suggerimento di Vantongerloo, che frequentavo nel suo studio parigino. Fu l’inizio di una conoscenza prolungatasi negli anni. La collezione dei Kandinsky e dei Klee e le opere di Vantongerloo furono per me una rivelazione del gusto e della cultura di quell’artista con cui continuai ad avere rapporti diretti, seguendo lo sviluppo del suo lavoro e aggiornandomi tramite i suoi testi sulla teoria del design e della didattica e per quanto mi era raccontato o scritto dai suoi allievi che lo avevano seguito nella sua avventura ad Ulm nell’Hochschule für Gestaltüng da Martin Krampen a Gui Bonsiepe. Nel 1951 Bill che avevo rivisto e ammirato alla triennale per la sua sala straordinaria dei bianchi cilindri, organizzò a noi di forma 1, Dorazio, Guerrini e Perilli, una mostra a Zurigo alla Galleria 16. Ho continuato negli anni la mia frequentazione con lui, fino ad arrivare ad un ultimo colloquio per l’inaugurazione della mia mostra antologica al Wilheim Hack Museum di Ludwigshafen, nel Io e la Svizzera di Achille Perilli, (testo inedito) 1991. Fu un pomeriggio denso di ricordi e di aneddoti e di analisi teoriche e considerazioni sullo stato dell’arte seduti al Caffè del museo, avendo sotto gli occhi la grande scultura di Bill che in quel giorno si andava inaugurando sulla piazza.

Dal 2001-12-14 al 2002-02-16

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Dogon bamana

Il sentiero degli antenati

'IL SENTIERO DEGLI ANTENATI' mostra di arte tradizionale africana del Mali che si inaugura venerdì 22 Giugno alle 18.30 presso la galleria FOLINI ARTE CONTEMPORANEA in via Livio 1 a Chiasso.

Dal 2001-06-22 al 2001-08-30

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Emilio Vedova



"Al di là del vano dibattersi delle estetiche post-impressioniste, post-cubiste, post-espressioniste, e del permanere ostinato di residuati incantesimi di certe 'metafisiche": al di là dell'accademismo astrattista (?) oltre ogni apriorismo di vecchio ordine costitutivo, oltre ogni presunzione di affrettati e superficiali nuovi-ordini: tutto va rimesso in causa. Nuovi gesti, nuove immagini in relazione con nuove perentorie esigenze espressive. Non mania iconoclastica anarcoide, non equivoco commentario d'illustrativismo scientifico: ma urto di verità, catartico rovescio per un aprirsi di nuova coscienza' (Emilio Vedova, 1954)

Dal 2001-04-01 al 2001-05-18

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